gli opposti si attraggono, anche nelle lingue

Può una parola significare una cosa e il suo opposto? Scopriamo cos’è l’enantiosemia

Le parole sanno metterci davanti a delle estensioni di significato davvero estreme, si può persino arrivare al paradosso quando giungono a significare a un tempo una cosa e il suo contrario. È il fenomeno dell’enantiosemia, ed è più comune di quanto si pensi.

di Giorgio Moretti

Le parole sanno metterci davanti a delle estensioni di significato davvero estreme. Si può arrivare al paradosso quando giungono ad avere un significato opposto a quello che ci racconta l’etimologia, o a significare a un tempo una cosa e il suo contrario.

Questo fenomeno porta il nome di enantiosemia, termine composto dal greco: enantios ‘opposto’ e dal tema di semaino ‘significare’. È un fenomeno comune e fascinoso, specie particolare di polisemia (cioè della condizione per cui una parola ha più significati), ma di cui di rado si ha consapevolezza. Facciamo alcuni semplici esempi.

Nell’antica Roma le feriae erano i giorni di festa – e lo sono ancora oggi le ‘ferie’. Ma l’aggettivo ‘feriale’ descrive i giorni lavorativi.
Il verbo ‘cacciare’ può significare sia allontanare sia inseguire, e addirittura ‘ficcare’. L’aggettivo ‘alto’ si attaglia alla levatura del cipresso svettante e alla profondità del mare aperto.

Continuiamo? Tiro la fune verso di me, ma tiro la pietra lontano da me. Se fuggo da te può voler dire che accorro fra le tue braccia o che sto scappando gambe in spalla. L’ospite è sia chi ospita sia chi è ospitato. Se spolvero uno scaffale tolgo la polvere, ma se spolvero una torta ce la sto mettendo sopra – di zucchero o cacao, s’intende. Se affitto una casa, in affitto la do o la prendo.

Ma com’è possibile che avvenga questo fenomeno? Non è un cortocircuito della lingua?  Se la stessa parola significasse giorno e notte, non sarebbe un controsenso che la renderebbe inutile?

Il fatto è che le parole, col loro significato, ritagliano il foglio della realtà. E il ritaglio non ha una faccia sola. Definendo qualcosa che ha un diretto opposto, anche l’opposto può esserne definito. Il moto del cacciare si apre in una dispersione o si chiude in un ficcare. Ritagliata l’altezza, vale sopra la terra e sotto il mare. L’affitto è uno, con due parti; l’ospite offre, l’ospite prende, il rapporto è sempre uno.

Ovviamente, l’enantiosemia è un fenomeno compare anche in altre lingue. Ad esempio l’inglese ha una valanga di parole enantiosemiche – da left che significa sia andato via sia rimasto, a custom, sia consuetudine condivisa sia personalizzazione.

La comprensione di questo fenomeno universale del pensiero è di importanza cardinale: quando ritagliamo un concetto ne ritagliamo anche l’opposto.

(http://www.fanpage.it/puo-una-parola-significare-una-cosa-e-il-suo-opposto/)

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in principio fu il francese

Ieri ho assistito a una conferenza dal titolo Racconti di vita linguistica*, che mi ha fatto riflettere su come poter conoscere i miei studenti attraverso il racconto del loro percorso nell’apprendimento delle lingue – e di conseguenza della loro relazione con altre culture.
All’inizio della conferenza ci è stato chiesto di disegnare la nostra storia linguistica – le lingue imparate, il nostro rapporto con esse, le competenze maturate – e di dare un titolo a questo disegno.
Per me è stato naturale iniziare a disegnare il solito scarabocchio che faccio da anni, una specie di pioggia di cuori che si trasformano in lacrime, e che poi tornano a trasformarsi in cuori al contrario. Fra i cuori e le lacrime, alcune lettere caratteristiche delle lingue che amo, come la ñ  e la я. Il titolo del mio disegno era Aprender idiomas makes me cry.
La mia biografia linguistica è caratterizzata dalla frustrazione. Da piccola non capivo i miei genitori se parlavano fra di loro, perché lo facevano in dialetto e a me si rivolgevano solo in italiano. Quando frequentavo le scuole elementari un’amica di famiglia propose a mia madre di iscrivermi alla scuola di inglese che frequentava suo figlio, così feci una lezione di prova. Ricordo che c’era una gran confusione, mi sentivo spaesata, e che la maestra chiese a quel bambino mio amico di insegnarmi i numeri visto che ero indietro rispetto agli altri. Il bambino mi disse i numeri in fretta, compiaciuto e beffardo. Io non riuscivo assolutamente a ripeterli e a memorizzarli. Tornai a casa delusa e scoraggiata, e del corso di inglese non se ne fece più niente. A più di trent’anni di distanza ho ancora lo stesso stato d’animo nei confronti di questa lingua, che non sono mai riuscita a padroneggiare e mi fa ancora sentire inadeguata.
Per fortuna, vennero le scuole medie e con esse lo studio del francese (diffusissimo durante gli anni ottanta): non riuscivo a capire perché i miei compagni faticassero così tanto, per me era come bere un bicchiere d’acqua, non facevo mai i compiti e se la professoressa mi coinvolgeva nella correzione improvvisavo facendo finta di leggerli sul quaderno e traducevo velocemente. Invece, studiavo da sola l’inglese traducendo i testi degli U2.
Un giorno la professoressa di lettere, in seconda media, ci chiese di leggere un libro della biblioteca scolastica e scrivere una relazione. Io fui attratta da un volume rosso senza immagini in copertina, dall’aspetto vetusto. Ancora non lo sapevo, ma mi ero imbattuta in Don Chisciotte della Mancha, nonché nel mio più grande amore: la Spagna, con le sue lingue, le sue tradizioni e la sua bellissima letteratura. Nonostante le mie richieste pressanti per studiare lo spagnolo i miei genitori mi consigliarono di non distrarmi con una seconda lingua e di concentrarmi sul francese: ma il francese non era per me “una lingua”, bensì “una materia scolastica” e come tale lo detestavo. Lo spagnolo era una lingua, il francese solo una grammatica.
Finite le medie mi sarebbe piaciuto frequentare il liceo classico ma non sopportavo l’idea di studiare due lingue classiche per cinque anni e una lingua moderna solo per due, così scelsi il liceo scientifico, ma non ci fu verso di essere inserita in una classe di inglese, per continuità con le medie: il francese è in effetti l’unica lingua straniera moderna che io abbia mai studiato a scuola, per ben otto anni.
Per quanto riguarda il latino, credo che non ci sia stata materia più utile per me. L’ho capito a posteriori: senza latino i conti non tornano, se affronti studi umanistici e filologici.
E infatti conseguito il diploma ho cambiato idea sui miei studi universitari, perché sono stata influenzata negativamente dai professori delle materie scientifiche e molto positivamente dal mio professore di italiano e latino del triennio, la prima persona che ha visto del talento in me e mi ha spronato a credere nelle mie capacità. Invece di iscrivermi a Biologia ho scelto Lingue straniere, perché ho deciso che dovevo provare a essere la persona che desideravo, e io desideravo essere una poliglotta. Tutto il resto sarebbe venuto da sé, ma parlare le lingue e conoscere il mondo mi sembrava una priorità assoluta per iniziare la mia vita adulta.

A questo punto si inserisce naturalmente il mio confronto con un’altra varietà regionale di italiano, la varietà toscana, e da questa esperienza prende nome appunto il mio blog. In Toscana hanno la presunzione di parlare “il vero italiano”, come se esistesse.
All’università in realtà ho avuto tante difficoltà e ho pensato spesso di lasciare. Non riuscivo a seguire i lettorati, non riuscivo a capire le consegne degli esercizi nella lingua obiettivo, non riuscivo a stare dietro alle lezioni, non riuscivo a staccarmi dal mio metodo passivo basato sulla lettura e la traduzione: le abilità di comprensione e produzione orale erano frustranti. Gli altri riuscivano, io no. I miei amici imparavano lo spagnolo, io ero semplicemente comica. Restavo indietro con gli esami di lingua e superavo brillantemente gli altri. Mi vergognavo nelle attività in cui dovevo interagire con i compagni e con il lettore, non ero mai all’altezza, mi sentivo come da bambina nella scuola di inglese dove tutti erano bravi e io non capivo. Sbagliato, sbagliato, sbagliato, sbagliato.
L’esperienza più brutta è stata quella del primo esame di tedesco. La lettrice mi ha chiesto qualcosa di molto semplice e io ho capito e ho risposto, ma lei ha detto no, sbagliato. Ha ripetuto la domanda, io ho farfugliato di nuovo la risposta, ormai insicura e nervosa. Sbagliato. Non ricordo di preciso cosa mi avesse chiesto, probabilmente l’ora, ma ricordo di aver saputo rispondere, solo non era la risposta perfetta che aveva in testa lei. Mettiamo che abbia risposto halb nach zwolf invece di halb dreizehn. Allora non ero capace di focalizzare la cosa – semplicemente rifiutai il diciotto e mi misi a lavorare in un bar per pagarmi tre settimane di vacanza studio a Berlino – ma successivamente ho pensato spesso alla differenza tra insegnare e addestrare e mi è sempre venuto in mente questo episodio. Fra l’altro, ho sentito un paio di insegnanti di italiano per stranieri correggere gli studenti se rispondevano “sono tedesco” alla domanda “da dove vieni”. Pare che alla domanda “da dove vieni” si debba rispondere rigorosamente “vengo dalla Germania”.
In un modo o in un altro mi sono laureata. Lo spagnolo l’ho imparato facendo un anno di Erasmus a Madrid. Il tedesco l’ho imparato quanto bastava per superare gli esami e poi boh. Il portoghese, invece, è stata una meravigliosa scoperta fatta casualmente all’università, grazie al passaparola degli studenti che decantavano l’ambiente rilassato e informale delle lezioni tanto di lingua quanto di letteratura, e il fascino di questa cultura quasi sconosciuta ai più. Il portoghese ha rappresentato una piccola oasi nel malessere dei miei studi, mi sono sentita apprezzata in ciò che facevo bene – scrivere, ad esempio, perché avevo un portoghese abbastanza pulito che non puzzava di spagnolo – molto più che criticata per le mie difficoltà – la mia orribile orribile pronuncia e le mie difficoltà con le vocali. Purtroppo la mancanza di pratica ha seriamente compromesso il mio portoghese parlato, ma tanti anni fa un turista brasiliano mi chiese se fossi di Lisbona, e visti i miei complessi in fonetica quella è stata una delle mie più grandi soddisfazioni.
Dopo mille lavori precari e slegati dagli studi un giorno mi sono detta ma sì, perché no, perché non fare un corso di didattica dell’italiano a stranieri? Anche se morirò qui, in questo call center, vessata dalle infamie dei clienti, io questa soddisfazione me la voglio levare. Mi era capitato di dare delle lezioni private, di preparare degli studenti di Scienze politiche agli esami di lingue, e così avevo scoperto che mi divertivo, che mi piaceva, e soprattutto che i miei studenti prendevano dei votoni. Non mi facevo nessuna illusione, o forse sì, accarezzavo il sogno di fare l’insegnante visto che le esperienze erano state così positive. Ho risparmiato un po’ e, poiché iniziavo a lavorare alle cinque di pomeriggio, ho frequentato un corso privato della durata di 60 ore: 30 di teoria e 30 di assistenza in classe.
Il mese dopo lavoravo in quella stessa scuola. Ho imparato come si insegna una lingua secondo un sillabo nozionale-funzionale e di conseguenza ho imparato a imparare. La mia esperienza di studentessa di lingue non è stata completa fino a quando non sono diventata insegnante. E ho scoperto di essere in grado di parlare in inglese e in tedesco con gli studenti quando fuori dalla classe mi chiedevano chiarimenti sul metodo o altro. Certo, sono ancora insicura e faccio fatica a imparare senza il supporto scritto, senza visualizzare le parole; l’oralità è sempre una dimensione che mi lascia spaesata, e sono esigente con gli studenti che manifestano la stessa difficoltà, spronandoli a migliorare la comprensione orale.

Il mio obiettivo come insegnante è di non dimenticare mai come ci si sente dall’altra parte, e anche per questo credo sia giusto proporsi ciclicamente di tornare studenti, magari di una lingua poco affine alla propria.
L’ultima lingua con cui mi sono cimentata è stata il russo. Ho accettato una proposta di lavoro a San Pietroburgo e ho lavorato in un’accademia di italiano per due anni. Il lavoro era tanto, l’energia che mi restava poca, le occasioni di socializzare ancora meno. Vivevo praticamente in una bolla italiana, la motivazione a integrarsi era un po’ sfuggente. Durante questo periodo ho preso lezioni private ma non sono riuscita a progredire molto, diciamo che sono andata da uno a mille nei primi tre mesi, poi mi sono fermata lì. Ogni mese ero costretta a fare delle interminabili chiacchierate col padrone di casa che veniva a riscuotere l’affitto, ma chissà se ha mai sospettato che capivo solo la metà di quello che mi raccontava.

A San Pietroburgo, tra l’altro, ho assistito a una lezione di romeno nell’ambito di un progetto di formazione interno alla scuola, finalizzato a riprodurre in noi insegnanti le aspettative e le difficoltà della prima lezione di lingua straniera senza l’ausilio della L1. Per me è stato subito amore: il romeno è una lingua meravigliosa, e le lingue romanze sono decisamente quelle che preferisco e che solleticano la mia curiosità filologica.
Ora vivo a Istanbul da circa tre settimane, so dire solo grazie e buongiorno in turco. Il mio coinquilino è azero e ho scoperto di essere capace di comunicare con lui in russo, anche se a un livello abbastanza semplice. Lui mi sprona sempre a parlare in russo, mi spiega gli errori più grossolani e si complimenta per la pronuncia. Ogni tanto mi vengono in mente parole ed espressioni che sono rimaste lì disattivate nel mio cervello in questo ultimo anno e che invece durante la conversazione riaffiorano. Certo la strada per padroneggiare il russo è ancora lunga ma usarlo come lingua franca mi ha fornito una motivazione importante.
La prossima sfida è quella del turco. Lo sento e tremo. Ma questa storia ve la racconterò la prossima volta.

ps. Grazie di cuore a Marilisa Birello per aver dimostrato curiosità verso la mia biografia linguistica e avermi suggerito di scriverla

*”Racconti di vita linguistica: Parole ed immagini per riflettere sull’apprendimento dell’italiano LS”, conferenza tenuta dalla Prof.ssa Marilisa Birello dell’Università Autonoma di Barcellona, organizzata dal Gruppo Lend di Istanbul
in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Istanbul ed il Liceo I.M.I.

Comunicare per essere persone

 

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Di cosa parliamo quando parliamo di parlare

Cosa distingue il linguaggio umano dalle più sviluppate forme di comunicazione di altri animali?

Roberta Fulci è matematica di formazione, redattrice e conduttrice a Radio3Scienza.

Erano gli anni Novanta quando lo psicologo evoluzionista Klaus Zuberbühler se ne andava in giro per il parco nazionale di Tai, in Costa d’Avorio, con tutta la sua attrezzatura di registrazione in spalla. Quello che gli interessava erano i richiami che risuonavano da una parte all’altra della giungla, componendo un concerto continuo e assordante: era come se le diverse specie “competessero per lo spazio sonoro”. Gli era venuta voglia di capire meglio lo scopo di tutti quei suoni, così scelse una specie di scimmia, il cercopiteco diana, e si diede da fare per provocarne i versi a comando, simulando l’arrivo di predatori vari. Si nascondeva in mezzo ai cespugli e premeva play sul registratore, riempiendo lo spazio circostante di suoni che lui stesso aveva registrato: ora il ruggito di un leopardo, ora il verso di un’aquila, ora lo strisciare di un pitone tra l’erba. In effetti la risposta arrivava, e Zuberbühler divenne famoso tra i colleghi per aver scoperto quanto di più simile al linguaggio umano esista nel mondo animale.

Dammi tre parole
Quando un cercopiteco diana sentiva un leopardo nelle vicinanze, lanciava un grido. Le altre scimmie si guardavano intorno preoccupate e salivano sugli alberi. Fin qui, niente di stupefacente. Ma se il segnale registrato era il verso di un’aquila, all’allarme della scimmia sentinella le altre scrutavano il cielo e si allontanavano dalle cime. L’allarme “pitone in vista”, invece, le faceva guardare tra l’erba in cerca di un serpente. Come se il cercopiteco diana avesse nel suo repertorio tre precisi segnali vocali, con tre significati condivisi, che si traducevano in protocolli di sicurezza completamente diversi. Possiamo chiamarli parole?

Non diremmo mai che i cercopitechi “parlano”. Né lo diremmo degli uccelli canori, che ripetono piccoli brani delle loro melodie per impararle, come fanno i bambini con le sillabe quando iniziano a parlare. O dei cetacei, anche se popolazioni diverse di balene usano segnali sonori diversi, in un modo che ricorda clamorosamente le lingue umane. In effetti, da Esopo a oggi, per noi gli animali “parlano” solo se umanizzati, e un modo più generale di indicare il linguaggio vocale tra animali, nel nostro vocabolario quotidiano, non c’è. Si direbbe insomma che con “parlare” intendiamo “comunicare a voce ed essere persone”. Sarà uno dei nostri soliti vezzi antropocentrici? Se fossi una balena, penserei che gli esseri umani non parlano, semplicemente perché non parlano come me? O il parlare umano è effettivamente, sostanzialmente un’altra cosa?

A regalarci l’esclusiva dello status di animali parlanti è un cocktail di caratteristiche che potremmo definire matematiche.

Per provare a rispondere possiamo percorrere due strade. La prima: fissare un momento storico – oggi – e muoverci nello spazio, confrontando i linguaggi orali delle altre specie animali con il nostro. La seconda: fissare il soggetto – l’essere umano – e muoverci nel tempo, chiedendoci che cosa faceva esattamente l’uomo prima di parlare: grugniva? I versi che faceva, quando e come sono diventati parlare? Parlare è un grugnire sofisticato?

Di versi
Partiamo dal presente. “Molte specie animali sono in grado di associare suoni a concetti, ma le loro intenzioni comunicative non vanno mai oltre il qui e ora”, spiega Denis Delfitto, ordinario di linguistica e glottologia all’università di Verona. “Noi possiamo riferirci a concetti astratti, al passato, al futuro, a un’ipotesi non reale, a cose che non esistono; nessun indizio lascia pensare che sia così anche per altre specie.”

Ma non basta. A regalarci l’esclusiva dello status di animali parlanti è un cocktail di caratteristiche che potremmo definire matematiche. “Nel linguaggio umano, le parti del discorso non sono tutte uguali: ogni frase è fatta di funzioni e di argomenti a cui tali funzioni sono applicate”. Un altro ingrediente chiave è la capacità di costruire strutture gerarchiche combinando gli elementi base, cioè le parole. “Disponendo in fila le parole, costruiamo automaticamente queste strutture gerarchiche, in cui alcune parti del discorso sono prominenti rispetto ad altre.” Funzioni, gerarchie, e infine ricorsività: “Incassando frasi subordinate l’una nell’altra, possiamo ottenere un discorso virtualmente infinito”. Insomma, continueremo a incontrare balene che imparano nuovi dialetti, uccelli che inseriscono motivi diversi nel loro canto, grilli in amore e scimmie straordinariamente precise, ma un’algebra della lingua così solida ce l’abbiamo, almeno apparentemente, solo noi.

Ma come siamo arrivati a conquistare una facoltà così esclusiva? Qual è lo scatto che farebbe diramare a un linguista dotato di macchina del tempo un proclama come: “3 febbraio 89.107 a.C., rive del lago Rukwa, Tanzania. Il figlio maggiore del maschio alfa del gruppo di Homo sapiens ivi residente oggi ha parlato”? L’origine del linguaggio è un problema aperto al quale hanno contribuito fior fior di studiosi. Sul dove, sono tutti d’accordo: le prime parole sono state pronunciate in Africa. Purtroppo verba volant, e le sole tracce concrete a cui ci si può aggrappare sono i fossili dell’osso ioide, l’unico dell’apparato vocale umano. Grazie a questi fossili possiamo verificare il potenziale della vocalità dei nostri antenati. L’uomo di Neanderthal ad esempio, almeno dal punto di vista fisico, aveva tutte le carte in regola per fare i suoi discorsi. Ma quando la parola sia comparsa, come, perché, tutto questo ancora non si sa.

Se il linguaggio verbale è stato oggetto di selezione naturale, e se ha determinato il nostro successo evolutivo sulle altre specie di Homo, perché non lo troviamo negli altri animali?

Il tema è appassionante quanto sfuggente, tanto che nel 1866 la Società Linguistica di Parigi, per porre un freno a un dibattito troppo disordinato, respingeva clamorosamente – già al secondo punto del suo statuto – qualsiasi tentativo di rispondere a questi interrogativi. “È stata a lungo una discussione del tutto speculativa. Fioccavano ipotesi, ma nessuna era supportata da argomentazioni solide, e si è preferito confinare il dibattito in un ambito non scientifico. In parte è ancora così.” Osserva Delfitto. “Le cose sono cambiate solo negli ultimi decenni, e le teorie più accreditate oggi sono due”.

La “storiella evoluzionistica”
Secondo la prima ipotesi, la genesi del linguaggio sarebbe stata lenta e graduale, e l’intero processo potrebbe essere durato anche centinaia di migliaia di anni, così come accade per molti caratteri e comportamenti plasmati dall’evoluzione. A riproporre quest’idea, suggerita in primis dallo stesso Darwin, sono stati nel 1989 Steven Pinker e Paul Bloom, in contrapposizione con il loro stesso mentore, Noam Chomsky, che invece l’ha sempre trovata ingenua e inverosimile. L’influenza di Chomsky sulla linguistica del secolo scorso è stata talmente profonda da scoraggiare chiunque volesse spiegare il linguaggio in termini di evoluzione, al punto che Bloom a quanto pare ebbe a rallegrarsi del mal di schiena che costrinse Chomsky a casa il giorno in cui la ricerca fu presentata al MIT.

Secondo la teoria di Pinker e Bloom, il linguaggio si sarebbe perfezionato poco alla volta, in tempi lunghissimi. Con la nostra macchina del tempo, che cosa avremmo visto? “Per semplificare al massimo, possiamo immaginare tre fasi principali”, risponde Delfitto. “Prima di tutto, una specie umana in grado di padroneggiare un gran numero di concetti. Non qualcuno, com’è il caso delle api, che hanno il concetto di fiore, di colore e pochi altri. Servono molti concetti. Poi, migliaia di anni dopo, avremmo iniziato a scorgere l’uso di un protolinguaggio, fatto di nomi corrispondenti a questi concetti. Infine, l’ultimo passaggio: una vera lingua, declinata nel modo completo che conosciamo oggi.”

Ma se il linguaggio verbale è stato oggetto di selezione naturale, e se ha determinato il nostro successo evolutivo sulle altre specie di Homo, perché non lo troviamo negli altri animali, come accade ad esempio con una facoltà preziosa come la vista? Questa è una delle critiche più comuni al lavoro di Pinker e Bloom, che i detrattori svalutano come una delle tante possibili “storielle evoluzionistiche”.

La teoria del colpo di scena
Ecco allora l’ipotesi chomskiana. Il suo ultimo saggio, dall’eloquente titolo Perché solo noi?, appena uscito in italiano per Bollati Boringhieri e scritto a quattro mani con il linguista computazionale Robert C. Berwick, inizia con un dato: a partire da ottantamila anni fa, Homo sapiens ha attraversato dal punto di vista culturale una brusca accelerazione, dopo che le sue abitudini erano rimaste pressoché le stesse per milioni di anni. È possibile allora che proprio in quel periodo, in modo abbastanza repentino, i nostri antenati si siano messi a parlare? Se fosse così, con la nostra macchina del tempo vedremmo popolazioni senza un linguaggio verbale impadronirsi della parola in tempi relativamente brevi. Magari, come suggerisce Chomsky, grazie a un improvviso transadattamento, “un riadattamento funzionale di circuiti neuronali preesistenti e di alcune delle loro basi genetiche. Naturalmente in una specie già predisposta dal punto di vista fonatorio, e con tutte le altre caratteristiche fisiche necessarie al linguaggio”, chiarisce Delfitto. Insomma, un evento istantaneo, che dovrebbe molto al caso.

La facoltà di parlare, in realtà, è uno strumento complicato, faticoso da padroneggiare, non sempre efficiente.

A quel punto il vantaggio dei sapiens sulle altre specie può apparire schiacciante, e il mistero risolto. Ma questa, per Delfitto, è una semplificazione tipica di chi non ha familiarità con le scienze cognitive.

A noi parlare sembra un vantaggio palese, ma in realtà presenta aspetti di inefficienza dal punto di vista comunicativo. Come abbiamo visto, ogni enunciato è una struttura ad albero corrispondente a un rigoroso sistema gerarchico. Fin qui tutto bene. Il problema è che le regole di questo sistema permettono enunciati del tipo: Il giornalista che lo studente che il professore ha incontrato ha accompagnato è appena uscito, che sfido chiunque a interpretare in modo immediato. Un bel problema per chi sostiene che la selezione naturale ha progressivamente migliorato, nel linguaggio verbale, l’aspetto dell’efficienza comunicativa.

I pronomi riflessivi sono un altro esempio in questa direzione: “non sono essenziali per la comprensione reciproca, eppure esistono nella maggioranza delle lingue. Spesso la sintassi consente strutture difficili da apprendere, e allo stesso tempo non funzionali alla chiarezza.” Insomma, parlare è molto più scomodo di quanto ci sembri ora che lo facciamo da millenni e che è parte integrante di quasi tutti i nostri processi culturali. È uno strumento complicato, faticoso da padroneggiare, non sempre efficiente. Se una facoltà così impegnativa fosse comparsa improvvisamente, si sarebbe conservata solo a fronte di un vantaggio adattativo enorme, ma – a questo punto – diverso da quello comunicativo. Ma quale?

Chomsky ha una risposta anche a questa domanda. Ecco come la sintetizza Delfitto: “L’ipotesi più intrigante è che il linguaggio sia stato una svolta non nella comunicazione, ma nell’organizzazione del pensiero. Poi, una volta che l’uomo ha avuto la possibilità di pensare attraverso il linguaggio, la sua evoluzione sociale e culturale può aver subito un enorme salto in avanti, il che a sua volta può aver comportato un impatto profondo sul linguaggio, che a quel punto sì, è diventato uno strumento comunicativo di grande sofisticazione”

La fortuna aiuta i loquaci
Se Chomsky ha ragione, gli ingredienti necessari per tirar fuori dal cappello una specie parlante sono davvero tanti: una voce capace di modulare decine di suoni diversi, la padronanza di migliaia di concetti, e soprattutto, commenta Delfitto, un’immensa fortuna. “Se anche un domani gli scimpanzé acquisissero una maggiore capacità fonatoria, se aumentasse il numero di concetti alla loro portata, la probabilità che si mettano a parlare potrebbe rimanere, per quanto ne sappiamo al momento, comunque bassissima”.

Per anni Chomsky ha mostrato di snobbare qualsiasi teoria evolutiva del linguaggio, ma nel 2002 appare tra gli autori di una ricerca che riconosce il valore scientifico di un confronto tra linguaggi umani e linguaggi animali. E in fin dei conti oggi la sua ipotesi non prescinde affatto dalla teoria dell’evoluzione – come potrebbe? La differenza tra la sua idea e quella dei suoi ex allievi Pinker e Bloom sembra risiedere soprattutto nei tempi e nelle motivazioni che avrebbero fatto emergere il linguaggio. Pinker e Bloom fanno pensare che tutto sommato, prima o poi, avremmo parlato comunque. Se invece il caso ha giocato un ruolo decisivo come immagina Chomsky, la sorte ci ha messo in bocca una bella responsabilità, e le cose sarebbero potute andare molto diversamente.

 

19.10.2016

Di cosa parliamo quando parliamo di parlare

 

 

 

 

bombolette spray sull’inglese

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Interessante articolo di John McWorther sulle stranezze dell’inglese, un piccolo riassunto di storia della lingua che smonta tutte i luoghi comuni sulla sua presunta “facilità” e “adattabilità”.

L’idea degli apporti delle altre lingue come bombolette spray che spruzzano il linguaggio di nuovi colori e sfumature mi ha affascinato, è un’immagine efficace di come agisce il superstrato

https://aeon.co/essays/why-is-english-so-weirdly-different-from-other-languages

English is not normal

No, English isn’t uniquely vibrant or mighty or adaptable. But it really is weirder than pretty much every other language

English speakers know that their language is odd. So do people saddled with learning it non-natively. The oddity that we all perceive most readily is its spelling, which is indeed a nightmare. In countries where English isn’t spoken, there is no such thing as a ‘spelling bee’ competition. For a normal language, spelling at least pretends a basic correspondence to the way people pronounce the words. But English is not normal.

Spelling is a matter of writing, of course, whereas language is fundamentally about speaking. Speaking came long before writing, we speak much more, and all but a couple of hundred of the world’s thousands of languages are rarely or never written. Yet even in its spoken form, English is weird. It’s weird in ways that are easy to miss, especially since Anglophones in the United States and Britain are not exactly rabid to learn other languages. But our monolingual tendency leaves us like the proverbial fish not knowing that it is wet. Our language feels ‘normal’ only until you get a sense of what normal really is.

There is no other language, for example, that is close enough to English that we can get about half of what people are saying without training and the rest with only modest effort. German and Dutch are like that, as are Spanish and Portuguese, or Thai and Lao. The closest an Anglophone can get is with the obscure Northern European language called Frisian: if you know that tsiis is cheese and Frysk is Frisian, then it isn’t hard to figure out what this means: Brea, bûter, en griene tsiis is goed Ingelsk en goed Frysk. But that sentence is a cooked one, and overall, we tend to find that Frisian seems more like German, which it is.

We think it’s a nuisance that so many European languages assign gender to nouns for no reason, with French having female moons and male boats and such. But actually, it’s us who are odd: almost all European languages belong to one family – Indo-European – and of all of them, English is the only one that doesn’t assign genders that way.

More weirdness? OK. There is exactly one language on Earth whose present tense requires a special ending only in the third‑person singular. I’m writing in it. I talk, you talk, he/she talk-s – why just that? The present‑tense verbs of a normal language have either no endings or a bunch of different ones (Spanish: hablo, hablas, habla). And try naming another language where you have to slip do into sentences to negate or question something. Do you find that difficult? Unless you happen to be from Wales, Ireland or the north of France, probably.

Why is our language so eccentric? Just what is this thing we’re speaking, and what happened to make it this way?

 

English started out as, essentially, a kind of German. Old English is so unlike the modern version that it feels like a stretch to think of them as the same language at all. Hwæt, we gardena in geardagum þeodcyninga þrym gefrunon – does that really mean ‘So, we Spear-Danes have heard of the tribe-kings’ glory in days of yore’? Icelanders can still read similar stories written in the Old Norse ancestor of their language 1,000 years ago, and yet, to the untrained eye, Beowulf might as well be in Turkish.

The first thing that got us from there to here was the fact that, when the Angles, Saxons and Jutes (and also Frisians) brought their language to England, the island was already inhabited by people who spoke very different tongues. Their languages were Celtic ones, today represented by Welsh, Irish and Breton across the Channel in France. The Celts were subjugated but survived, and since there were only about 250,000 Germanic invaders – roughly the population of a modest burg such as Jersey City – very quickly most of the people speaking Old English were Celts.

Crucially, their languages were quite unlike English. For one thing, the verb came first (came first the verb). But also, they had an odd construction with the verb do: they used it to form a question, to make a sentence negative, and even just as a kind of seasoning before any verb. Do you walk? I do not walk. I do walk. That looks familiar now because the Celts started doing it in their rendition of English. But before that, such sentences would have seemed bizarre to an English speaker – as they would today in just about any language other than our own and the surviving Celtic ones. Notice how even to dwell upon this queer usage of do is to realise something odd in oneself, like being made aware that there is always a tongue in your mouth.

At this date there is no documented language on earth beyond Celtic and English that uses do in just this way. Thus English’s weirdness began with its transformation in the mouths of people more at home with vastly different tongues. We’re still talking like them, and in ways we’d never think of. When saying ‘eeny, meeny, miny, moe’, have you ever felt like you were kind of counting? Well, you are – in Celtic numbers, chewed up over time but recognisably descended from the ones rural Britishers used when counting animals and playing games. ‘Hickory, dickory, dock’ – what in the world do those words mean? Well, here’s a clue: hovera, dovera, dick were eight, nine and ten in that same Celtic counting list.

Pretty soon their bad Old English was real English, and here we are today: the Scandies made English easier

The second thing that happened was that yet more Germanic-speakers came across the sea meaning business. This wave began in the ninth century, and this time the invaders were speaking another Germanic offshoot, Old Norse. But they didn’t impose their language. Instead, they married local women and switched to English. However, they were adults and, as a rule, adults don’t pick up new languages easily, especially not in oral societies. There was no such thing as school, and no media. Learning a new language meant listening hard and trying your best. We can only imagine what kind of German most of us would speak if this was how we had to learn it, never seeing it written down, and with a great deal more on our plates (butchering animals, people and so on) than just working on our accents.

As long as the invaders got their meaning across, that was fine. But you can do that with a highly approximate rendition of a language – the legibility of the Frisian sentence you just read proves as much. So the Scandinavians did pretty much what we would expect: they spoke bad Old English. Their kids heard as much of that as they did real Old English. Life went on, and pretty soon their bad Old English was real English, and here we are today: the Scandies made English easier.

I should make a qualification here. In linguistics circles it’s risky to call one language ‘easier’ than another one, for there is no single metric by which we can determine objective rankings. But even if there is no bright line between day and night, we’d never pretend there’s no difference between life at 10am and life at 10pm. Likewise, some languages plainly jangle with more bells and whistles than others. If someone were told he had a year to get as good at either Russian or Hebrew as possible, and would lose a fingernail for every mistake he made during a three-minute test of his competence, only the masochist would choose Russian – unless he already happened to speak a language related to it. In that sense, English is ‘easier’ than other Germanic languages, and it’s because of those Vikings.

Old English had the crazy genders we would expect of a good European language – but the Scandies didn’t bother with those, and so now we have none. Chalk up one of English’s weirdnesses. What’s more, the Vikings mastered only that one shred of a once-lovely conjugation system: hence the lonely third‑person singular –s, hanging on like a dead bug on a windshield. Here and in other ways, they smoothed out the hard stuff.

They also followed the lead of the Celts, rendering the language in whatever way seemed most natural to them. It is amply documented that they left English with thousands of new words, including ones that seem very intimately ‘us’: sing the old song ‘Get Happy’ and the words in that title are from Norse. Sometimes they seemed to want to stake the language with ‘We’re here, too’ signs, matching our native words with the equivalent ones from Norse, leaving doublets such as dike (them) and ditch (us), scatter (them) and shatter (us), and ship (us) vs skipper (Norse for ship was skip, and so skipper is ‘shipper’).

But the words were just the beginning. They also left their mark on English grammar. Blissfully, it is becoming rare to be taught that it is wrong to say Which town do you come from?, ending with the preposition instead of laboriously squeezing it before the wh-word to make From which town do you come? In English, sentences with ‘dangling prepositions’ are perfectly natural and clear and harm no one. Yet there is a wet-fish issue with them, too: normal languages don’t dangle prepositions in this way. Spanish speakers: note that El hombre quien yo llegué con (‘The man whom I came with’) feels about as natural as wearing your pants inside out. Every now and then a language turns out to allow this: one indigenous one in Mexico, another one in Liberia. But that’s it. Overall, it’s an oddity. Yet, wouldn’t you know, it’s one that Old Norse also happened to permit (and which Danish retains).

As if all this wasn’t enough, English got hit by a firehose spray of words from yet more languages

We can display all these bizarre Norse influences in a single sentence. Say That’s the man you walk in with, and it’s odd because 1) the has no specifically masculine form to match man, 2) there’s no ending on walk, and 3) you don’t say ‘in with whom you walk’. All that strangeness is because of what Scandinavian Vikings did to good old English back in the day.

Finally, as if all this wasn’t enough, English got hit by a firehose spray of words from yet more languages. After the Norse came the French. The Normans – descended from the same Vikings, as it happens – conquered England, ruled for several centuries and, before long, English had picked up 10,000 new words. Then, starting in the 16th century, educated Anglophones developed a sense of English as a vehicle of sophisticated writing, and so it became fashionable to cherry-pick words from Latin to lend the language a more elevated tone.

It was thanks to this influx from French and Latin (it’s often hard to tell which was the original source of a given word) that English acquired the likes of crucified, fundamental, definition and conclusion. These words feel sufficiently English to us today, but when they were new, many persons of letters in the 1500s (and beyond) considered them irritatingly pretentious and intrusive, as indeed they would have found the phrase ‘irritatingly pretentious and intrusive’. (Think of how French pedants today turn up their noses at the flood of English words into their language.) There were even writerly sorts who proposed native English replacements for those lofty Latinates, and it’s hard not to yearn for some of these: in place of crucified, fundamental, definition and conclusion, how about crossed, groundwrought, saywhat, and endsay?

But language tends not to do what we want it to. The die was cast: English had thousands of new words competing with native English words for the same things. One result was triplets allowing us to express ideas with varying degrees of formality. Help is English, aid is French, assist is Latin. Or, kingly is English, royal is French, regal is Latin – note how one imagines posture improving with each level: kingly sounds almost mocking, regal is straight-backed like a throne, royal is somewhere in the middle, a worthy but fallible monarch.

Then there are doublets, less dramatic than triplets but fun nevertheless, such as the English/French pairs begin and commence, or want and desire. Especially noteworthy here are the culinary transformations: we kill a cow or a pig (English) to yield beef or pork (French). Why? Well, generally in Norman England, English-speaking labourers did the slaughtering for moneyed French speakers at table. The different ways of referring to meat depended on one’s place in the scheme of things, and those class distinctions have carried down to us in discreet form today.

Caveat lector, though: traditional accounts of English tend to oversell what these imported levels of formality in our vocabulary really mean. It is sometimes said that they alone make the vocabulary of English uniquely rich, which is what Robert McCrum, William Cran and Robert MacNeil claim in the classic The Story of English (1986): that the first load of Latin words actually lent Old English speakers the ability to express abstract thought. But no one has ever quantified richness or abstractness in that sense (who are the people of any level of development who evidence no abstract thought, or even no ability to express it?), and there is no documented language that has only one word for each concept. Languages, like human cognition, are too nuanced, even messy, to be so elementary. Even unwritten languages have formal registers. What’s more, one way to connote formality is with substitute expressions: English has life as an ordinary word and existence as the fancy one, but in the Native American language Zuni, the fancy way to say life is ‘a breathing into’.

Even in English, native roots do more than we always recognise. We will only ever know so much about the richness of even Old English’s vocabulary because the amount of writing that has survived is very limited. It’s easy to say that comprehend in French gave us a new formal way to say understand – but then, in Old English itself, there were words that, when rendered in Modern English, would look something like ‘forstand’, ‘underget’, and ‘undergrasp’. They all appear to mean ‘understand’, but surely they had different connotations, and it is likely that those distinctions involved different degrees of formality.

Nevertheless, the Latinate invasion did leave genuine peculiarities in our language. For instance, it was here that the idea that ‘big words’ are more sophisticated got started. In most languages of the world, there is less of a sense that longer words are ‘higher’ or more specific. In Swahili, Tumtazame mbwa atakavyofanya simply means ‘Let’s see what the dog will do.’ If formal concepts required even longer words, then speaking Swahili would require superhuman feats of breath control. The English notion that big words are fancier is due to the fact that French and especially Latin words tend to be longer than Old English ones – end versus conclusion, walk versus ambulate.

The multiple influxes of foreign vocabulary also partly explain the striking fact that English words can trace to so many different sources – often several within the same sentence. The very idea of etymology being a polyglot smorgasbord, each word a fascinating story of migration and exchange, seems everyday to us. But the roots of a great many languages are much duller. The typical word comes from, well, an earlier version of that same word and there it is. The study of etymology holds little interest for, say, Arabic speakers.

This muttly vocabulary is a big part of why there’s no language so close to English that learning it is easy

To be fair, mongrel vocabularies are hardly uncommon worldwide, but English’s hybridity is high on the scale compared with most European languages. The previous sentence, for example, is a riot of words from Old English, Old Norse, French and Latin. Greek is another element: in an alternate universe, we would call photographs ‘lightwriting’. According to a fashion that reached its zenith in the 19th century, scientific things had to be given Greek names. Hence our undecipherable words for chemicals: why can’t we call monosodium glutamate ‘one-salt gluten acid’? It’s too late to ask. But this muttly vocabulary is one of the things that puts such a distance between English and its nearest linguistic neighbours.

And finally, because of this firehose spray, we English speakers also have to contend with two different ways of accenting words. Clip on a suffix to the word wonder, and you get wonderful. But – clip on an ending to the word modern and the ending pulls the accent ahead with it: MO-dern, but mo-DERN-ity, not MO-dern-ity. That doesn’t happen with WON-der and WON-der-ful, or CHEER-y and CHEER-i-ly. But it does happen with PER-sonal, person-AL-ity.

What’s the difference? It’s that –ful and -ly are Germanic endings, while –ity came in with French. French and Latin endings pull the accent closer – TEM-pest, tem-PEST-uous – while Germanic ones leave the accent alone. One never notices such a thing, but it’s one way this ‘simple’ language is actually not so.

Thus the story of English, from when it hit British shores 1,600 years ago to today, is that of a language becoming delightfully odd. Much more has happened to it in that time than to any of its relatives, or to most languages on Earth. Here is Old Norse from the 900s CE, the first lines of a tale in the Poetic Edda called The Lay of Thrym. The lines mean ‘Angry was Ving-Thor/he woke up,’ as in: he was mad when he woke up. In Old Norse it was:

Vreiðr vas Ving-Þórr / es vaknaði.

The same two lines in Old Norse as spoken in modern Icelandic today are:

Reiður var þá Vingþórr / er hann vaknaði.

You don’t need to know Icelandic to see that the language hasn’t changed much. ‘Angry’ was once vreiðr; today’s reiður is the same word with the initial v worn off and a slightly different way of spelling the end. In Old Norse you said vas for was; today you say var – small potatoes.

In Old English, however, ‘Ving-Thor was mad when he woke up’ would have been Wraþmod wæs Ving-Þórr/he áwæcnede. We can just about wrap our heads around this as ‘English’, but we’re clearly a lot further from Beowulf than today’s Reykjavikers are from Ving-Thor.

Thus English is indeed an odd language, and its spelling is only the beginning of it. In the widely read Globish (2010), McCrum celebrates English as uniquely ‘vigorous’, ‘too sturdy to be obliterated’ by the Norman Conquest. He also treats English as laudably ‘flexible’ and ‘adaptable’, impressed by its mongrel vocabulary. McCrum is merely following in a long tradition of sunny, muscular boasts, which resemble the Russians’ idea that their language is ‘great and mighty’, as the 19th-century novelist Ivan Turgenev called it, or the French idea that their language is uniquely ‘clear’ (Ce qui n’est pas clair n’est pas français).

However, we might be reluctant to identify just which languages are not ‘mighty’, especially since obscure languages spoken by small numbers of people are typically majestically complex. The common idea that English dominates the world because it is ‘flexible’ implies that there have been languages that failed to catch on beyond their tribe because they were mysteriously rigid. I am not aware of any such languages.

What English does have on other tongues is that it is deeply peculiar in the structural sense. And it became peculiar because of the slings and arrows – as well as caprices – of outrageous history.

professione precario

sapete cos’è la felicità?

Voglio dire: a quasi 40 anni, rientrata in Italia dopo aver insegnato all’estero, quando ti chiedi ogni giorno se hai fatto bene a lasciare un paese straniero – in cui guadagnavi quel poco che ti bastava mese per mese – per rientrare nella tua madre patria dove sei meno che niente, con nessuna prospettiva e una laurea poco spendibile. Con una professionalità e un’esperienza non male, ma in un settore che non interessa a nessuno (nella fattispecie: didattica dell’italiano agli stranieri).

cos’è la felicità? è una mail che ti arriva a gennaio, una mail di un Istituto Comprensivo che comunica la possibilità di una supplenza per la classe di concorso che ti riguarda (nella fattispecie lingua spagnola). ma la felicità vera e piena è la telefonata, la telefonata della stessa scuola che ti dice che sì, pur essendo tu in posizione infima nella graduatoria degli sfigati senza abilitazione è toccato proprio a te, tocca a te, dai, su, domani prendi servizio, vieni in segreteria, firmi, e alle 9 prendi servizio in III C.

la felicità è cercare un mezzo di trasporto abbastanza economico, un pullman che parta la sera stessa (perché ovviamente la suddetta scuola è a 700 km da dove abiti), fare una valigina in fretta e furia e poi via, telefonate veloci di saluto alle sorelle e si parte, si dorme in pullman, si arriva a destinazione, si prende un autobus e ci si orienta alla meglio, si arriva a scuola 10 minuti prima di prendere servizio e… si inizia l’avventura!

la felicità è anche, soprattutto, avere delle amiche che sono sempre disponibili ad ospitarti anche se le avverti all’ultimo momento 🙂

Ecco, inizia la mia carriera di prof di spagnolo, e in fondo, mi dico, se la scuola è dovuta ricorrere a me – non abilitata – vuol dire che sì, che c’è bisogno di insegnanti di spagnolo, del resto è la seconda lingua in quasi tutte le medie e sta scalzando il francese. anche al liceo linguistico quasi sempre nel “trio” di lingue c’è lo spagnolo. dunque, se voglio rimanere in Italia e se voglio insegnare devo cogliere questa occasione, abilitarmi col prossimo tirocinio formativo attivo (che in passato avevo invece scartato) e insomma investire in questo nuovo progetto. il mio contratto di supplente è fino a giugno, cattedra piena, quindi posso mettere da parte i soldi per pagare le tasse del TFA (che non sono uno scherzo). resta solo da trovare una stanza in affitto e via, a vele spiegate verso il mio futuro alternativo.

eccola qui la felicità, il lusso della progettualità, di pensare che forse ci sarà chi mi concederà un mutuo, che avrò di nuovo una macchina e potrò prendere un frigo a rate. ci sarà un domani, anche per me, fatto di bollettini da pagare e di un posto chiamato casa.

durante questi primi momenti di ingenua estasi, intanto, esce il bando del concorso al quale non posso partecipare perché non abilitata, e per la prima volta è contemplata la mia vecchia professione: classe di concorso A23, italiano per stranieri. finalmente la nostra professionalità è riconosciuta e smettiamo di essere invisibili. Si tratta, però, di un’occasione persa. per concorrere devo comunque essere abilitata in una materia affine. e non solo. la mia laurea in lingue va bene ma devo avere dei crediti di latino. la volontà che ha mosso il Miur è evidentissima. escludere il più possibile. tagliare fuori. smontare la nostra motivazione alzando la posta sempre e sempre più. la mia esperienza e la mia preparazione non servono a niente se non ho dato un certo  numero di crediti di latino. perché questi crediti avrebbero fatto di me un’insegnante di lingua italiana migliore, avrebbero fatto la differenza. chi è laureato in lettere classiche insomma ha più possibilità di me che invece nella vita ho imparato come si imparano e come si insegnano le lingue moderne. ma che importa, mi dico, sull’onda dell’esaltazione del momento, che importa, io adesso mi dedicherò all’insegnamento dello spagnolo. e aspetto il bando del TFA.

le cose intanto non vanno proprio come me le ero immaginate. i ragazzi non sono esattamente come i miei studenti austriaci, educati e collaborativi, ma al contrario in preda al delirio più assoluto. le lezioni non sono divertenti e stimolanti come quando facevo la lettrice nei licei di Vienna, ma sono noiose e soprattutto osteggiate dalla gran voglia di non fare nulla degli studenti. mi sono detta che posso fare di più, che posso fare meglio. che è troppo facile incolpare i ragazzini, che anche io alle medie non avevo voglia di fare niente. che io vengo pagata per cercare di motivarli e non posso tradire questa vocazione didattica.

vengo pagata per… no, un attimo. qualcosa non va.

alla fine del secondo mese di servizio (febbraio) mi aspetto ovviamente che mi sia stato pagato il mese di gennaio, anche perché devo pagare l’affitto di marzo e le spese (purtroppo, accettare una supplenza lontano da casa suppone accollarsi una serie di costi inevitabili); ebbene, di questo stipendio non se ne sa nulla. O meglio. il servizio telefonico di Noipa mi dice che la segreteria della scuola ha dato ordine di pagamento per gennaio. questo ordine di pagamento è stato preso in carico dalla ragioneria. che significa tutto o niente. potrei essere pagata anche fra tre mesi, mi dicono. la segreteria si mette in contatto con la ragioneria: non ci sono soldi, non sappiamo cosa fare. sul sito di Noipa leggo che per i precari si prevede una emissione il 31 marzo. parlo con un po’ di colleghi: ognuno conosce qualcuno che non prende soldi da gennaio, da ottobre, da mai. una mia carissima amica ha preso i primi stipendi, poi a dicembre ha avuto la nomina su un’altra scuola e non ha più preso nulla. un’altra è stata pagata a gennaio per tutti i mesi precedenti. cioè ben quattro mensilità, fuori casa e accollandosi affitti e spese.

mi informo con i sindacati. alcuni consigliano di fare un’ingiunzione di pagamento alla scuola. non capisco. non è dalla scuola che dipende il pagamento degli stipendi.

e poi la beffa. la mia coinquilina, entrata in servizio a metà febbraio, mi ha appena detto di aver già ricevuto il suo primo stipendio, a pochi giorni dalla fine del mese di riferimento.

dunque la ragioneria si muove senza alcuna logica, pagando a casaccio. e davvero io potrei essere pagata fra tre, sei mesi… e come faccio a rimanere in servizio? perché chiedere a un insegnante di coprire una cattedra se non ci sono fondi? cosa succederebbe se io arrivassi in ritardo a lezione? o ci andassi fra tre mesi?

se ne rendono conto i genitori che l’insegnante dei loro figlioli ha difficoltà a mangiare, a vestirsi, a pagarsi l’autobus per essere puntuale tutti i giorni a scuola? se la titolare di cattedra è in maternità se ne sta – giustamente – a casa e percepisce lo stipendio mentre chi tappa il buco – e che a maggior ragione avrebbe diritto al “pochi, maledetti e subito” – sta con le pezze pur di garantire la continuità scolastica. questi ragazzi hanno diritto a continuare a studiare spagnolo. sulla mia pelle però.

eccola qui la felicità di noi insegnanti così essenziali che senza di noi la scuola non può stare. più effimera di una scorreggia silenziosa. ma puzzolente comm’ a cchè.